C’è una cosa che ho sempre trovato affascinante dei compositori di musica elettronica. Non suonano niente di riconoscibile, non sfilano in frac con un violino sotto il braccio, eppure hanno questo sguardo da chi sa qualcosa che tu non sai. Come se avessero sentito qualcosa che il resto di noi si è perso.
Roberto Zanata è uno di loro. Anzi, è uno di quelli che quel qualcosa non solo lo ha sentito, ma ha deciso di costruirci sopra un’intera carriera.
Prima la filosofia, poi i sintetizzatori
Zanata arriva alla musica elettronica con una laurea in filosofia magna cum laude in tasca — dettaglio che, a pensarci, ha una sua logica perfetta. La musica elettroacustica è piena di domande filosofiche travestite da suoni. Cosa è reale? Cosa è riproduzione? Dove finisce lo strumento e inizia la composizione? Sono esattamente il tipo di domande che uno con una laurea in filosofia trova difficile smettere di farsi.
A questo aggiunge un diploma di secondo livello in Musica Elettronica al Conservatorio di Cagliari — 110 con lode, per chi tiene il conto — e una formazione che comprende, tra le altre cose, una tappa ai leggendari Internationale Ferienkurse di Darmstadt nel 1996. Darmstadt, per chi non lo sapesse, è la piccola città tedesca dove ogni estate si riunisce buona parte dell’avanguardia musicale mondiale. Andarci è un po’ come presentarsi a un torneo di scacchi e scoprire che al tavolo accanto c’è Kasparov. Tra i suoi insegnanti, in quegli anni: Karlheinz Stockhausen. Uno che, con tutto il rispetto, non è esattamente noto per la sua semplicità.
Zagabria, Budapest, Londra. E una biglie nel flipper.
La carriera di Zanata ha quella qualità nomade che caratterizza molti compositori della sua generazione: un festival qui, una prima assoluta là, una residenza in un posto che non ti aspetti. Zagabria torna spesso nella sua storia — ci va nel 1997 come compositore ospite alla Biennale di Musica Contemporanea, poi di nuovo nel 2003, questa volta anche come conferenziere. Nel mezzo, Szombathely in Ungheria, Pola in Croazia, Grosignana in Istria, Londra, Roma, Timisoara, Gijon.
È il tipo di CV che ti fa venire voglia di aprire una mappa e tracciare le linee. Verrebbe fuori qualcosa di simile a una composizione elettroacustica, probabilmente.
A Pola, nel 1999, porta “Cablogramma” — un pezzo per violoncello ed elettronica costruito con tecniche di sintesi elaborate tramite Csound, un software che per chi non lo conosce suona come il nome di un film di fantascienza degli anni Ottanta. A Zagabria nel 2003 presenta invece “Cifre” per quartetto d’archi ed elettronica, eseguita in prima assoluta. E tiene una conferenza dal titolo “Criticism and sound: Music for programme”, in occasione di un simposio dedicato alle costellazioni musicali nell’era digitale. Non esattamente il tipo di titolo che si sente al bar, ma in quel contesto suona benissimo.
Nel 2009 arriva un riconoscimento importante: la composizione “Quattro o cinque piccole bagattelle” viene premiata al Concorso Internazionale di Bourges, nella sezione multimediale. Bourges è uno dei concorsi più prestigiosi al mondo per la musica elettroacustica. Vincerlo — o anche solo essere premiati — equivale, nel settore, a una bella stretta di mano dal destino.
Il suono come azzardo
Ma cosa fa, esattamente, Roberto Zanata quando compone?
In un’intervista del 2015, lo spiega con una metafora che mi ha colpito per la sua onestà disarmante. Descrive le strutture generate dalle sue tecniche di sintesi come “un gioco affine al flipper, in cui le biglie scorrono casualmente dentro buche o passaggi obbligati. In altre parole, un azzardo.”
C’è qualcosa di molto umano in questa ammissione. Dopo anni di studi, diplomi, festival internazionali e software dai nomi impronunciabili, uno dei compositori di musica elettronica più raffinati d’Italia ti dice che quello che fa somiglia, in fondo, a un flipper. Non per sminuirsi, ma perché è vero: la musica che costruisce parte da materiali sonori riconoscibili — suoni del mondo reale, insomma — e poi li porta sempre più lontano da qualsiasi riferimento, verso qualcosa di puramente uditivo, imprevedibile, libero.
È una bellissima definizione di creatività, in realtà. Anche se lui probabilmente non la chiamerebbe così.
Cortronici, Kandinsky e la filosofia dei media
Da qualche anno Zanata collabora con il pittore e artista elettronico Tonino Casula su una serie di “cortronici” — cortometraggi elettronici in cui video e musica si intrecciano in modi che sfidano le categorie. I risultati sono stati selezionati in festival di quattro continenti diversi, da Timisoara a Gijon, da Roma a Londra.
Nel 2008, intanto, partecipa alla messa in scena de “Il suono giallo” di Kandinsky — il pittore russo che teorizzò, tra le altre cose, che i colori e i suoni condividessero una natura spirituale comune. Partecipare a una produzione ispirata a Kandinsky dice molto su dove Zanata si colloca: in quello spazio sottile tra musica, immagine e pensiero in cui le distinzioni tra le arti diventano un po’ meno nette, e un po’ più interessanti.
Come filosofo, del resto, non potrebbe stare altrove.
La cattedra, alla fine
Oggi Zanata insegna Composizione per Musica Elettronica nei conservatori statali — Ferrara, Bolzano, Foggia. E scrive per PassparNous, rivista online di estetica e cultura.
C’è qualcosa di circolare in tutto questo. Un uomo che ha studiato la filosofia del suono, ha girato l’Europa con le sue biglie nel flipper digitale, ha vinto premi internazionali con titoli come “Quattro o cinque piccole bagattelle”, e ora insegna alle nuove generazioni come fare esattamente la stessa cosa: ascoltare con cura, pensare in profondità, e poi azzardare.
Non è male, come percorso di vita.
