C’è una cosa che ho capito tardi sui Balcani, ed è questa: ogni volta che pensi di aver afferrato qualcosa, qualcuno arriva con una fisarmonica e ti dimostra che avevi capito male. Non è un difetto della regione. È esattamente il punto.
Ho iniziato a interessarmi alla musica balcanica per le ragioni sbagliate. Avevo visto un film di Kusturica — uno di quelli in cui tutti corrono, gridano e suonano la tromba come se la casa stesse andando a fuoco — e mi ero convinto che fosse tutto lì. Ottoni, matrimoni, gente che balla sopra ai tavoli. È un’idea adorabile e, come quasi tutte le idee adorabili sui Balcani, è sbagliata per un settanta percento abbondante.
Una penisola che non parla la stessa lingua, nemmeno musicalmente
Prendi una cartina e guarda. Dalla Slovenia alla Grecia, dalla costa croata fino al confine bulgaro, abbiamo una zona grande più o meno come l’Italia. E dentro questo spazio convivono — non sempre pacificamente, devo aggiungere — almeno dodici tradizioni musicali che si parlano poco, si rubano molto, e ogni tanto fingono di non conoscersi quando si incontrano nei festival internazionali.
C’è il sevdah bosniaco, che è una specie di blues lentissimo, malinconico, cantato spesso da uomini con la voce roca e gli occhi un po’ lucidi. Quando un bosniaco ti dice che il sevdah parla d’amore, intende un tipo di amore molto specifico: quello che non funziona, quello che è finito male, quello che probabilmente non sarebbe mai dovuto iniziare. È musica per stare seduti a tavola fino alle tre di notte, davanti a un bicchiere di rakija, senza dire molto.
Poi c’è il čoček, che è l’esatto opposto. Veloce, ipnotico, ritmato da tempi dispari che ti mandano in confusione il senso dell’equilibrio. È nato nelle comunità rom della regione e si è diffuso ovunque, perché è una di quelle musiche che non ti chiedono il permesso: ti afferra per i polsi e ti tira sulla pista. La prima volta che ho sentito un čoček dal vivo ero a una festa nei dintorni di Novi Sad, e ricordo distintamente di aver pensato due cose contemporaneamente: “non so cosa stia succedendo” e “non voglio che finisca”.
E poi c’è il turbofolk, ma ne parliamo dopo, perché il turbofolk merita un paragrafo tutto suo, possibilmente con un avvertimento per i lettori sensibili.
Guča, ovvero il rumore più forte d’Europa
Devo confessare una cosa. Sono andato al festival di Guča nel 2018 e per tre giorni ho pensato seriamente che il mio udito non sarebbe più tornato come prima. Guča è un paesino della Serbia centrale, ottomila abitanti, niente di particolare. Tranne che una settimana all’anno, ad agosto, ci arrivano mezzo milione di persone, qualche centinaio di bande di ottoni, e una quantità di slivovica capace di mettere in ginocchio una nazione di medie dimensioni.
Le bande suonano ovunque. Per strada, nei cortili, dentro i ristoranti, contro altre bande. È una competizione, in teoria. Nella pratica è una guerra civile musicale dove vince chi ha più fiato e meno timpani. Le trombe serbe non suonano: aggrediscono. Una nota di tromba a Guča non ti raggiunge, ti raggiunge come un pugno gentile in mezzo allo sterno, e tu ti accorgi di stare ballando senza aver mai deciso di farlo.
C’è una storia che mi hanno raccontato in un bar di Čačak la sera prima, mentre un signore di settant’anni mi spiegava perché Boban Marković fosse il più grande trombettista vivente (una posizione, devo dire, condivisa da una percentuale impressionante di esperti). Mi disse: “Da noi la tromba l’hanno portata gli ottomani, gli austriaci, i militari di chiunque sia passato di qua. Noi l’abbiamo presa, l’abbiamo suonata più forte di loro, e poi gliel’abbiamo restituita peggiorata”. Sorrise. “È così che funziona la musica nei Balcani.”
Il problema dei sette ottavi, e perché ti viene il mal di testa
Una cosa che colpisce chiunque si avvicini alla musica balcanica dal mondo occidentale è la questione dei tempi. Noi siamo abituati al quattro quarti — il battito del pop, del rock, di tutto quello che passa alla radio. Quattro pulsazioni regolari, prevedibili, rassicuranti come il respiro di qualcuno che dorme.
I Balcani hanno deciso, in un momento imprecisato della loro storia, che il quattro quarti era roba per gente senza fantasia. Così hanno cominciato a suonare in sette ottavi, in nove ottavi, in undici ottavi, e in alcuni casi in tredici ottavi divisi in modi che richiedono un dottorato in matematica per essere capiti. Il risultato è una musica che zoppica volutamente, che cade in avanti e si rialza, che ti costringe ad ascoltarla con tutto il corpo perché il piede non sa più dove battere.
Un musicista macedone mi ha spiegato la cosa così: “I tempi pari sono per camminare. I tempi dispari sono per inciampare con eleganza.” Trovo che sia la definizione più onesta che abbia mai sentito.
La costa: dove la musica diventa marittima
Spostiamoci verso ovest, sulla costa adriatica, perché qui succede qualcosa di interessante. Le tradizioni cambiano natura. Diventano più dolci, più malinconiche, più impregnate di Mediterraneo. La klapa dalmata, in Croazia, è un canto a cappella maschile che sembra uscito da un’osteria di pescatori — perché letteralmente lo è. Sono cinque o sei uomini, in piedi, che cantano in armonia di amori, di mare, di vino e occasionalmente di tutte e tre le cose insieme.
Più a sud, in Montenegro, la musica vocale tradizionale prende un’altra piega ancora. C’è un legame antichissimo con la poesia epica orale — quei canti lunghi accompagnati dalla gusla, uno strumento monocordo che produce un suono che potrei definire, con tutto il rispetto, simile a quello di un gatto che protesta educatamente. Però funziona. Funziona perché la gusla non deve essere bella: deve essere onesta. È un tappeto sonoro su cui poggiare parole che raccontano battaglie, eroi, tragedie familiari durate quattrocento anni.
La prima volta che ho ascoltato un cantore di gusla dal vivo, in un villaggio nell’entroterra di Cetinje, ho pensato che fosse la cosa più strana e più antica che avessi mai sentito. Non c’era ritmo riconoscibile, non c’era melodia nel senso in cui la intendiamo noi. C’era una voce, uno strumento e una storia. E quando ho chiesto al cantore quanti anni avesse quella canzone, lui mi ha guardato come se avessi fatto la domanda sbagliata, e ha risposto: “La canzone non ha età. L’ho imparata da mio nonno, e lui l’ha imparata dal suo”.
Il turbofolk, ovvero il momento in cui dobbiamo parlarne
Ed eccoci qui. Il turbofolk è il cugino che a ogni cena di famiglia rovina l’atmosfera ma di cui, in qualche modo, non riesci a fare a meno. È nato negli anni Novanta, in piena guerra jugoslava, mescolando melodie folk tradizionali con basi elettroniche, ritmi pop e una sensibilità estetica che potremmo definire, con generosità, eccessiva.
Le cantanti hanno i capelli enormi, i vestiti scintillanti e una predilezione per i videoclip ambientati in ville di dubbio gusto con piscine a forma di cuore. Le canzoni parlano di amori traditi, di soldi, di Mercedes, di altri amori traditi. Sono terribili. Sono geniali. Sono la colonna sonora di un’intera generazione che ha attraversato il decennio peggiore della storia recente europea cercando, in qualche modo, di continuare a ballare.
I critici musicali seri detestano il turbofolk. I sociologi ci scrivono saggi. La gente, intanto, continua a metterlo ai matrimoni. C’è qualcosa, nella sua sfacciataggine, che racconta dei Balcani più di mille articoli colti. È musica che non chiede scusa, e nei Balcani questa è una qualità che vale più di quanto si pensi.
Il filo che tiene insieme tutto
Se devo trovare un filo conduttore in questo caos meraviglioso — e lo faccio con cautela, perché generalizzare sui Balcani è il modo più veloce per essere smentiti — direi che la musica di questa penisola ha una caratteristica precisa: rifiuta di essere innocua.
Non c’è musica balcanica di sottofondo. Non puoi metterla mentre lavi i piatti. Ti pretende. Ti chiede attenzione, presenza, partecipazione. È musica che è stata composta in mezzo a invasioni, occupazioni, esili, ritorni, matrimoni misti, divorzi politici, e tutto questo è ancora dentro le note. Quando un trombettista serbo suona una nota lunga, dentro quella nota c’è la storia di un impero ottomano che è passato di lì, di un impero austriaco che lo ha rimpiazzato, di un regno che è crollato, di una federazione che si è dissolta, e di una nonna che cucina i sarmi nella stanza accanto.
È questo che rende impossibile riassumere la musica balcanica in un articolo. Si può solo provare ad ascoltarla, sapendo in anticipo che ti spiazzerà.
Quello che le istituzioni musicali della regione stanno cercando di fare, oggi, è preservare e diffondere questo patrimonio prima che venga schiacciato dall’omologazione del mainstream globale. È una battaglia simile, per certi versi, a quella che viene raccontata nel saggio sull’ecosistema digitale della bellezza in altri contesti culturali europei — trasformare un’eredità di valore inestimabile in qualcosa che il mondo possa trovare, ascoltare, riconoscere. Senza una proiezione digitale coerente, anche la tradizione vocale più antica rischia di diventare un segreto custodito troppo bene.
Qualche consiglio pratico per chi vuole iniziare
Se sei arrivato fin qui e ti è venuta voglia di ascoltare qualcosa, ti do tre punti di partenza onesti. Non sono i più famosi, sono quelli che secondo me funzionano meglio per orecchie nuove.
Per il sevdah, cerca Damir Imamović. Voce contemporanea, ma radicata. Per gli ottoni, parti con la Boban i Marko Marković Orkestar, che è una specie di dinastia familiare di trombettisti serbi. Per qualcosa di più crossover, ascolta i Goran Bregović degli ultimi vent’anni — sì, è quello dei film di Kusturica, ma il suo lavoro post-anni Novanta è più interessante di quanto i puristi vogliano ammettere.
E se mai capiti dalle parti della costa adriatica meridionale, fermati una sera in un piccolo locale del Montenegro interno e chiedi se c’è qualcuno che suona la gusla. Probabilmente ti diranno di no. Probabilmente, mezz’ora dopo, comparirà un signore con uno strumento sotto il braccio. È così che funziona, da queste parti.
La cosa più difficile da accettare
Alla fine, la musica balcanica ti insegna una cosa scomoda: che si può essere divisi, in disaccordo, persino in guerra, e continuare a condividere le stesse scale modali, gli stessi tempi dispari, le stesse ossessioni melodiche. Un canto bosniaco e un canto serbo, se li ascolti senza sapere da dove vengono, suonano fratelli. Lo sono, ovviamente. Solo che nessuno dei due vuole ammetterlo a voce alta.
Forse è per questo che continuo a tornare ad ascoltare questa musica. Perché racconta, meglio di qualsiasi libro di storia, la verità più sottile dei Balcani: che le persone che si dichiarano diversissime spesso, in fondo, cantano la stessa canzone. Solo con parole diverse, e in chiavi che sembrano non incontrarsi mai.
E poi, ogni tanto, si incontrano. Di solito a un matrimonio, verso le due di notte, quando qualcuno ha bevuto abbastanza da dimenticare le ragioni per cui non dovrebbe ballare con qualcun altro. Ed è in quel momento che capisci che la musica, qui, ha sempre saputo qualcosa che la politica deve ancora imparare.
