La musica tradizionale delle Baleari, ovvero il suono di un arcipelago che si racconta a memoria

Avatar photoPosted by

C’è un dettaglio che colpisce, quando si comincia a frequentare un po’ le Baleari oltre la stagione balneare e si finisce per caso, magari per via di una festa patronale, dentro un cortile in cui qualcuno ha cominciato a suonare. Il dettaglio è questo: la musica che senti non assomiglia a niente di quello che ti aspetteresti da un’isola spagnola. Non ha quasi nulla del flamenco, niente del fado portoghese, poco anche della musica popolare catalana del continente. Suona, semmai, come qualcosa di più antico e più mescolato, come se al suo interno qualcuno avesse infilato pezzi di Mediterraneo orientale, frammenti nordafricani, ritmi che si direbbero quasi balcanici, e poi avesse tenuto tutto insieme con una struttura che invece è inconfondibilmente latina.

Questa prima impressione, all’orecchio del visitatore distratto, è esattamente la verità della cosa. La musica tradizionale delle Baleari è il prodotto di una storia complicatissima, un sedimento di influenze che si sono accumulate per oltre tremila anni in un arcipelago che è stato fenicio, romano, bizantino, arabo per oltre tre secoli, catalano, poi spagnolo, poi nuovamente catalano nelle sensibilità locali. Ognuna di queste fasi ha lasciato un deposito udibile, e capire la musica balearica significa, in larga parte, imparare a riconoscere quei depositi.

Vale la pena prendersi il tempo di farlo. Perché se è vero che il turismo di massa è arrivato anche qui — e in alcune isole, soprattutto Ibiza, ha trasformato l’identità acustica in modo profondo — è altrettanto vero che la musica tradizionale resiste in modo sorprendente, nelle feste patronali, nelle scuole di musica popolare, in alcune occasioni rituali del calendario cattolico, e in una rete di gruppi di riscoperta che hanno fatto della tradizione un atto militante.

Da dove arriva, ovvero la geologia musicale delle isole

Per capire perché la musica balearica suona come suona, bisogna partire da una premessa storica. Le Baleari furono sotto dominio musulmano dall’inizio del decimo secolo fino al 1229, quando Giacomo I d’Aragona conquistò Maiorca. Sono oltre trecento anni di presenza araba e berbera, durante i quali si formò una società ispano-musulmana con sue tradizioni musicali, strumenti, modalità melodiche, sistemi ritmici. Quando arrivarono i conquistatori cristiani, quella popolazione non scomparve in un giorno: una parte rimase, convertita o no, e una parte della sua musica entrò nel grande calderone della cultura locale, trasformata, riadattata, in alcuni casi semplicemente sopravvissuta sotto altre vesti.

A questa base si sovrappose la cultura catalana medievale, portata dai ripopolatori venuti dalla terraferma. La lingua delle isole divenne il catalano, con varianti locali (il mallorquí, il menorquí, l’eivissenc, il formenterer) che ancora oggi i linguisti studiano con interesse perché conservano forme antiche scomparse altrove. La musica seguì lo stesso percorso: arrivarono i generi catalani — il ball rodó, le jotes, le havaneres — che si innestarono sulla base preesistente, ne furono trasformati, e a loro volta produssero ibridi locali.

Ci fu poi una terza ondata, meno raccontata ma fondamentale: quella delle migrazioni di andata e ritorno verso le Americhe, che nel diciannovesimo secolo portarono nelle Baleari ritmi caraibici, melodie cubane, strutture armoniche che ancora oggi si sentono in alcune varianti delle havaneres. Significa che, in una serata di musica tradizionale, è possibile ascoltare in sequenza un brano la cui struttura melodica risale all’epoca andalusa, una jota di chiara matrice catalana settecentesca, e una habanera che è figlia diretta dei viaggi transatlantici dell’Ottocento. E questa stratificazione, lungi dall’essere un’eccezione, è la norma.

Gli strumenti, ovvero la materialità del suono

Per orientarsi in questa musica conviene partire dagli strumenti, che sono il punto di contatto più tangibile con la tradizione. Ce ne sono alcuni che vale la pena imparare a riconoscere, perché ricorrono ovunque e definiscono in modo immediato il suono balearico.

Il più caratteristico è senza dubbio le xeremies, ovvero la cornamusa baleariana. È un strumento a sacco con due o tre canne — una melodica, una o due bordoni — la cui presenza nelle isole è documentata già nel quattordicesimo secolo. Le xeremies balearaiche non sono uguali a quelle galleghe o asturiane: hanno una loro accordatura, un loro repertorio, una loro estetica timbrica più nasale e tagliente. Sono particolarmente vive a Maiorca, dove esiste un’intera rete di scuole e di sonadors (così si chiamano i suonatori) che hanno permesso allo strumento di sopravvivere fino a oggi. Una xeremia maiorchina, sentita di sera in una piazza di paese, è una di quelle esperienze sonore che restano in memoria anche a chi non ha alcuna formazione musicale.

Accompagna quasi sempre le xeremies un tamburo a una pelle chiamato tamborí, suonato dallo stesso esecutore con la mano sinistra mentre la destra impugna il flabiol, un piccolo flauto a tre fori che permette al sonador di fare melodia e ritmo contemporaneamente. Questa combinazione — flabiol i tamborí — è la dotazione minima del musicista popolare maiorchino, ed è una tradizione che esiste in forme simili in vari paesi catalani e occitani.

A Ibiza e Formentera la situazione strumentale è leggermente diversa, e questo è un punto importante. Il flabiol e le xeremies sono meno presenti, mentre dominano altri strumenti. Il tambor (tamburo bicilindrico più grande) e la flaüta (un flauto a sette fori, più dolce del flabiol maiorchino) costituiscono il duo classico delle Pitiüses. A questi si aggiungono le castanyoles (nacchere di legno particolarmente grandi e dal suono asciutto) e l’espasí, una spada metallica che viene percossa con una chiave per produrre un suono cristallino e ritmico, presente quasi solo qui. L’espasí è uno strumento curiosissimo e, per molti versi, unico al mondo: il suo uso musicale è una delle tante stranezze meravigliose della cultura pitiüsa.

A Minorca, l’isola che storicamente ha avuto contatti più stretti con la cultura britannica per via dell’occupazione inglese del Settecento, si è sviluppata anche una tradizione di musica per fisarmonica diatonica, e il guitarró (una piccola chitarra a quattro o cinque cori, simile al cuatro venezuelano) ha trovato qui un terreno particolarmente fertile.

Il canto, ovvero la lingua che si trasforma in melodia

Gli strumenti, per quanto importanti, sono solo una parte della storia. La tradizione musicale balearica è soprattutto una tradizione vocale, e il suo nucleo più antico è il canto. Ne esistono molte tipologie, ognuna legata a un contesto sociale o rituale preciso, e vale la pena distinguerne almeno alcune.

Il cant de la Sibil·la è la più sorprendente di tutte. È un canto monodico che viene eseguito nella messa di mezzanotte di Natale in tutte le chiese cattoliche delle Baleari, e racconta — in catalano antico — la profezia della Sibilla sulla fine del mondo. La sua origine è bizantina, importata in Catalogna nel decimo secolo, e nel resto del territorio cristiano è stata progressivamente abbandonata a partire dal Concilio di Trento, che ne consigliava l’eliminazione. Nelle Baleari, per ragioni che sono ancora oggetto di discussione storica, non venne mai abbandonato. Resistette in modo continuativo per oltre quattro secoli, fino a quando, nel 2010, l’UNESCO lo ha dichiarato Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. Sentirlo dal vivo, una notte di dicembre, in una chiesa di paese maiorchino o ibizenco, è un’esperienza che difficilmente si dimentica. La voce — tradizionalmente di un ragazzo o di una bambina — esegue da sola, senza accompagnamento, una melodia che ha attraversato indenne mille anni di storia, e si capisce immediatamente perché certi gesti musicali abbiano la forza di durare.

Diverso, e altrettanto interessante, è il cant pagès, il canto contadino di Ibiza e Formentera. È una tradizione di canto improvvisato, eseguito da solisti maschili (anche se oggi esistono cantatrici), che improvvisano testi in catalano su melodie codificate. Il timbro è nasale, intensamente decorato, con melismi e ornamentazioni che ricordano da vicino il canto andalusino o nordafricano — una delle eredità più chiare del periodo musulmano. I temi sono quelli di sempre: l’amore, il lavoro nei campi, gli scherzi, le piccole rivalità tra paesi e quartieri. Il cant pagès è ancora vivissimo, e si può ascoltare nelle feste tradizionali e in alcuni locali specializzati nei due isolotti.

A Maiorca esistono invece varie tradizioni di canto del lavoro — cançons de batre (canti della trebbiatura), cançons de segar (della mietitura), cançons de tondre (della tosatura) — che accompagnavano le fasi del ciclo agricolo. Sono canti monodici, spesso eseguiti a voce sola, con strutture modali che richiamano direttamente la musica araba andalusa. Oggi sopravvivono soprattutto grazie al lavoro dei gruppi di recupero e alle scuole di musica tradizionale, ma chi ha la fortuna di ascoltarli da un cantatore anziano capisce immediatamente che è un patrimonio fragilissimo, che si tramanda solo a voce e che ogni generazione perde una parte.

Le danze, ovvero la musica che si vede

Difficile parlare di musica balearica senza parlare di ballo, perché le due cose sono indissociabili. La danza tradizionale è la forma in cui la musica trova un corpo, ed è anche il modo in cui la tradizione continua a essere insegnata oggi nelle scuole popolari delle isole.

A Maiorca la danza principale è il ball pagès, eseguito da coppie che si muovono in cerchi concentrici con un’eleganza apparentemente rigida che nasconde un complesso sistema di interazione. Le donne, in abito tradizionale (gonna lunga, scialle, fazzoletto sul capo), si muovono con piccoli passi misurati; gli uomini (camicia bianca, panciotto, cappello a falde larghe) eseguono salti e battute più vistose. L’effetto complessivo è di un equilibrio coreografico fra il sobrio e l’esplosivo, dove ogni gesto sembra avere un significato preciso anche per chi non conosce il codice.

A Ibiza e Formentera, invece, il ballo tradizionale ha un carattere completamente diverso, e qui si entra in un territorio che merita un’attenzione particolare. Il ball pagès eivissenc è una delle tradizioni coreutiche più caratteristiche e meno conosciute d’Europa. La donna danza praticamente immobile, con i piedi che eseguono un passo breve e ritmico mentre il busto rimane composto e lo sguardo basso. L’uomo, intorno a lei, esegue una danza vorticosa e atletica fatta di salti, piroette e percussioni dei piedi a terra, in quella che è essenzialmente una corteggiamento ritualizzato di forte connotazione simbolica. È uno spettacolo che ha pochi paralleli nella tradizione mediterranea europea, e che chi visita l’isola di Formentera nei mesi giusti — soprattutto in occasione delle feste patronali estive — può ancora vedere praticato in versioni autentiche, non turistiche, dai gruppi tradizionali locali.

Una delle danze caratteristiche di Formentera è la redoblada, una variante più rapida e ritmicamente più complessa del ball pagès classico, in cui l’esecuzione dell’espasí (la spada percossa) ha un ruolo particolarmente vistoso. La redoblada formenterana si è conservata in modo più puro rispetto alla versione ibizenca, probabilmente per il maggiore isolamento storico dell’isola, e oggi rappresenta uno dei tesori coreutici più caratteristici dell’intero arcipelago.

A Minorca, infine, le danze sono più influenzate dalla tradizione catalana continentale e dal contatto con la cultura britannica del Settecento. Il jaleo è il ballo per eccellenza, una danza vivace che apre tutte le feste estive dell’isola, e che ha la particolarità di essere intrecciata con i cavalli — sì, cavalli veri, che entrano in piazza con i loro cavalieri durante le festività di Sant Joan a Ciutadella in una delle manifestazioni più spettacolari del Mediterraneo. La musica del jaleo è eseguita da una piccola formazione di flabiol, tamborí e talvolta tromba, e ha un carattere intensamente ritmico che obbliga letteralmente all’ascolto attivo.

Quando e dove ascoltarla, oggi

La buona notizia per chi visita le Baleari è che la musica tradizionale non è confinata ai musei né alle registrazioni. È vivissima, e con un po’ di pianificazione si può ascoltare dal vivo nei contesti giusti.

Le feste patronali estive (le festes patronals) sono il momento di massima visibilità. Ogni paese, ogni quartiere, ogni piccola comunità ha la sua festa, distribuita lungo l’estate da giugno a settembre, e in queste occasioni la musica tradizionale viene eseguita in piazza, in maniera gratuita, davanti a un pubblico misto di residenti e visitatori. A Formentera vale la pena cercare le feste di Sant Jaume (luglio), Mare de Déu del Carme (luglio) e Sant Francesc (dicembre). A Ibiza, oltre alle feste patronali dei vari paesi, la Sant Joan e la Sant Bartomeu di agosto sono particolarmente sentite. A Maiorca il calendario è sterminato, e quasi ogni weekend estivo c’è qualcosa da qualche parte.

Esistono poi appuntamenti più strutturati. Il Dijous Bo di Inca (Maiorca), che si tiene il terzo giovedì di novembre, è la più grande fiera tradizionale dell’arcipelago e ospita esibizioni di musica e danza popolare per l’intera giornata. La Festa de Sant Antoni di Sant Antoni de Portmany (Ibiza), il 17 gennaio, è una delle occasioni più antiche e meglio conservate di musica tradizionale ibizenca.

A Maiorca esistono inoltre alcune trobadas — raduni di musicisti tradizionali — che vengono organizzate in vari periodi dell’anno e che riuniscono sonadors di tutta l’isola in lunghe sessioni di musica spontanea. Sono eventi a cui si può semplicemente assistere, di solito senza biglietto, e che danno una percezione più autentica della tradizione rispetto agli spettacoli organizzati per i turisti.

Infine, una segnalazione che vale per tutto l’arcipelago: alcuni ristoranti tradizionali, soprattutto nell’entroterra, organizzano serate di ball pagès durante i mesi estivi. È un formato a metà tra l’intrattenimento turistico e la tradizione viva, e la qualità varia molto, ma in alcuni casi è davvero notevole. Vale la pena chiedere ai locali, perché la lista dei posti buoni cambia di anno in anno e non è quasi mai pubblicizzata online.

Il problema della trasmissione, ovvero quello che si rischia di perdere

Tutto questo discorso sulla vitalità della tradizione, però, non deve nascondere una verità più complicata: la musica popolare delle Baleari è oggi a rischio. Non nel senso che stia scomparendo all’improvviso, ma nel senso che la sua trasmissione si è enormemente assottigliata. I cantatori del cant pagès di una certa età stanno scomparendo, e con loro un repertorio orale che non è mai stato scritto e che esiste solo nella loro memoria. I sonadors di xeremies competenti sono pochi, e la maggior parte di quelli che oggi suonano in pubblico ha imparato attraverso le scuole di recupero piuttosto che dalla tradizione familiare.

È un problema che riguarda tutte le musiche tradizionali europee, naturalmente, ma che nelle Baleari ha contorni particolari per via di un altro fenomeno: la frammentazione e l’invisibilità degli archivi. Esistono raccolte sonore di canti e musiche tradizionali raccolte da etnomusicologi nel corso del Novecento — alcune custodite a Palma, altre presso università catalane, altre ancora in mani private — che non sono state mai sistematizzate né rese accessibili online. Significa che, anche per chi vorrebbe studiare a fondo la tradizione, l’unico modo di accedere a buona parte del materiale è ancora il viaggio fisico, l’appuntamento, la fotocopia di un appunto. È esattamente lo stesso problema che riguarda i conservatori italiani, gli archivi di musica antica, le tradizioni del canto sacro: una parte enorme del patrimonio musicale europeo continua a essere invisibile semplicemente perché non è stata trasformata in un formato che il mondo digitale possa leggere e indicizzare.

In questo senso, vale la pena guardare con interesse alle esperienze più avanzate di digitalizzazione del patrimonio musicale, dove si sta sviluppando una riflessione concreta su come trasformare archivi storici, registrazioni e repertori in risorse pienamente accessibili anche online. Il problema, dopotutto, è lo stesso: un patrimonio di altissimo valore che esiste fisicamente ma che, dal punto di vista della reperibilità digitale, è come se non esistesse. E quando un suono non si trova in rete, oggi, c’è una probabilità molto alta che venga progressivamente sostituito nell’immaginario collettivo da qualcosa che invece si trova. Il rischio non è tanto la sparizione fisica della musica tradizionale — finché ci saranno feste patronali, ci sarà chi suona — quanto la sua marginalizzazione culturale, l’idea diffusa che si tratti di un fenomeno minore, poco rilevante, riservato agli specialisti.

Perché vale la pena prenderla sul serio

Concludendo. La musica tradizionale delle Baleari è una di quelle cose che, una volta scoperte, cambia il modo di vedere l’arcipelago. Un’isola in cui hai ascoltato un cant de la Sibil·la in chiesa, o una redoblada in piazza, o un cant pagès in un cortile, non è più la stessa isola che vedevi prima. Comincia a parlarti con un’altra voce, quella che ha avuto sempre ma che si era sovrapposta nel rumore generale del turismo di massa.

È una voce antica, complicata, fatta di sedimenti che vanno dall’Andalusia musulmana alla Catalogna medievale ai porti caraibici dell’Ottocento. Ed è una voce ancora viva, ostinatamente viva, in un’epoca in cui molte tradizioni simili sono già scomparse altrove nel Mediterraneo. Vale la pena, durante un viaggio nelle isole, ritagliarsi qualche serata per ascoltarla. Non è quasi mai segnalata nelle guide patinate, ma è esattamente questo, in fondo, a renderla preziosa.

E poi, una volta tornati a casa, ci sono alcune registrazioni e alcuni gruppi che vale la pena cercare per prolungare l’esperienza: i gruppi di recupero storici di Maiorca, le incisioni di cant pagès ibicenco degli anni Sessanta e Settanta, le compilation di musiche tradizionali pubblicate dalle istituzioni culturali balearaiche negli ultimi decenni. Ci si può fare un’idea abbastanza precisa, anche da lontano, di cosa significhi davvero il suono di queste isole. È un piccolo investimento di tempo, e restituisce in proporzione molto più di quello che chiede.