Ci sono certe targhe, a Bari Vecchia, davanti a cui passi mille volte senza accorgertene. Sono lì da decenni, sbiadite quanto basta da sembrare parte della pietra, e la gente del posto ci passa accanto portando la spesa, parlando al telefono, discutendo se l’orata di stamattina valga davvero quei sei euro al chilo. Una di queste targhe sta in Piazza Mercantile, sopra una porta che sembra qualunque altra porta del centro storico, e dice — più o meno — che in quella casa, il 16 gennaio 1728, nacque un certo Niccolò Piccinni.
Il problema è che Niccolò Piccinni, quel signore lì, è stato uno dei più grandi compositori europei del Settecento. Non “uno dei migliori italiani”. Non “una figura interessante del panorama settecentesco”. Era il maestro di musica di Maria Antonietta, regina di Francia. La sua faccia è scolpita sulla facciata sud-ovest dell’Opéra Garnier di Parigi, dove ancora oggi turisti giapponesi la fotografano senza la più pallida idea di chi fosse. E noi, qui a Bari, gli abbiamo dedicato un teatro, una strada, una statua, il Conservatorio e una casa-museo che però è chiusa da più di dieci anni perché qualcuno deve fare gli adeguamenti strutturali.
C’è qualcosa di profondamente, irrimediabilmente, meravigliosamente barese in tutto questo.
Chi era Niccolò Piccinni e perché Bari dovrebbe ricordarlo
Niccolò Piccinni è stato il compositore italiano che, nato a Bari nel 1728, ha trasformato l’opera buffa in un genere capace di conquistare l’Europa intera, da Napoli a Roma fino a Parigi, dove la regina Maria Antonietta lo volle come maestro personale di canto e clavicembalo. La sua opera più famosa, La Cecchina ossia la buona figliuola, fu rappresentata in mezzo mondo (pare anche in Cina, anche se la cosa ha sempre avuto un che di leggendario, di quelle storie che cresciute strada facendo finiscono per includere dettagli implausibili). Più di centoquaranta opere portano la sua firma. Riccardo Muti, decenni dopo, ha studiato proprio al Conservatorio che porta il suo nome. La città di Bari, dunque, ha radici musicali profonde quanto poco conosciute.
E qui sta il bello, o il triste, a seconda dei punti di vista. Se vi capita di chiedere in giro per Bari chi era Piccinni, otterrete risposte che vanno da “ah sì, il teatro” a “qualcosa con la musica, no?” fino al più onesto e definitivo “boh”. Il che è curioso, perché stiamo parlando di uno dei pochi baresi che, nella storia, sono riusciti a far parlare di sé in francese.
L’infanzia barese e la fortuna di un arcivescovo musicofilo
Niccolò nacque in una famiglia in cui la musica era praticamente la lingua di casa. Suo padre Onofrio era violinista e contrabbassista, e nel 1743 divenne maestro di cappella ad interim presso la Basilica di San Nicola. Si potrebbe pensare che un padre del genere fosse entusiasta di vedere il figlio incamminarsi sulla stessa strada. E invece no. Onofrio, per ragioni che la storia non ha registrato ma che chiunque abbia mai avuto un genitore può intuire, era contrario all’idea che Niccolò facesse il musicista. Forse temeva la precarietà del mestiere. Forse pensava semplicemente che fra musicisti, in famiglia, uno bastava.
Le cose cambiarono grazie a una di quelle coincidenze che, viste da lontano, sembrano scritte da qualcuno con un certo senso del ritmo narrativo. L’arcivescovo di Bari, Muzio Gaeta II, possedeva un clavicembalo nel suo palazzo. Il giovane Niccolò ci si era seduto davanti più di una volta, presumibilmente quando nessuno lo guardava, e ne erano uscite melodie che fecero alzare un sopracciglio all’alto prelato. L’arcivescovo decise lì per lì che quel ragazzino doveva andare a Napoli a studiare musica seriamente. Si offrì di pagare gli studi di tasca propria. Onofrio, davanti a un’offerta così, fece quello che chiunque al suo posto avrebbe fatto: cedette.
A quattordici anni, dunque, Niccolò partì per il Conservatorio di Sant’Onofrio di Napoli, uno dei tre grandi istituti musicali dell’epoca. Ad attenderlo, come insegnanti, c’erano Leonardo Leo e Francesco Durante — due nomi che, all’epoca, equivalevano più o meno a iscriversi al MIT con tutoring privato di un paio di premi Nobel. Non andò male.
Il successo de La Cecchina e l’Europa che impara a cantare in italiano
Nel 1754, a ventisei anni, Piccinni debuttò con Le donne dispettose, che ebbe un successo immediato. Ma il vero terremoto arrivò sei anni dopo, il 6 febbraio 1760, al Teatro delle Dame di Roma. Quella sera andò in scena La Cecchina ossia la buona figliuola, su libretto di Carlo Goldoni — tratto, e qui la storia si fa interessante, dal romanzo Pamela dell’inglese Samuel Richardson, uno dei bestseller letterari del Settecento europeo.
La Cecchina fu uno di quei successi che oggi chiameremmo virali, se la parola non avesse perso ogni dignità a forza di essere usata per i video di gatti. Venne rappresentata a Vienna, Lisbona, Madrid, Londra, San Pietroburgo. Negli Stati Uniti. (Pare) in Cina, dicevamo. Per dieci anni, dopo quel debutto, Piccinni mantenne un ritmo produttivo che oggi farebbe impallidire qualsiasi sceneggiatore Netflix: opere per Roma, Venezia, Bologna, Napoli, una dietro l’altra, sempre con quella miscela di eleganza goldoniana e brio napoletano che era diventata la sua firma.
A Napoli, nel Settecento, era l’autore più scritturato del Teatro San Carlo insieme a Johann Adolf Hasse. Tradotto: era uno degli artisti più richiesti del più importante teatro lirico d’Europa.
Parigi, Maria Antonietta e la guerra (musicale) contro Gluck
Nel 1776, su pressione degli ambasciatori francese e italiano, Piccinni fu invitato a Parigi. L’anno successivo divenne maestro di canto e clavicembalo della regina Maria Antonietta — un incarico che, considerato come sarebbe finita la cosa pochi anni dopo, retrospettivamente assume un che di malinconico. Fu iniziato alla Massoneria nella Loggia Le Nove Sorelle, quella di Voltaire e Benjamin Franklin, il che ti dà l’idea del giro in cui era finito il ragazzino di Bari Vecchia.
E poi arrivò la querelle. Una di quelle bizzarrie squisitamente francesi per cui un intero pubblico colto decide di dividersi in due fazioni per stabilire chi sia il più grande compositore vivente. Da una parte c’era Christoph Willibald Gluck, riformatore dell’opera, austriaco di formazione, sostenuto dai progressisti. Dall’altra Piccinni, il melodista italiano, difensore della tradizione, sostenuto dai conservatori. I direttori della Grand Opéra ebbero un’idea che oggi suonerebbe come uno stunt da reality show: affidare a entrambi lo stesso soggetto, Iphigénie en Tauride, senza dirlo né all’uno né all’altro.
Il pubblico parigino si scisse in “gluckisti” e “piccinnisti”, e per anni fu questione di gusto, di cultura, di identità. Si litigava nei salotti. Si scriveva sui giornali. Si fecero, presumibilmente, anche delle scenate. L’Iphigénie di Gluck andò in scena il 18 maggio 1779. Quella di Piccinni il 23 gennaio 1781. Vinse Gluck, per la cronaca — ma Piccinni continuò a essere amato, e quando Gluck morì, nel 1787, fu proprio il rivale italiano a proporre che gli venisse eretto un monumento pubblico. Il che ci dice qualcosa sul tipo di uomo che era.
I biografi dell’epoca, infatti, raccontano di un Piccinni mite, gentile, di una bontà d’animo capace di disinnescare anche le inimicizie più feroci. Esattamente l’opposto del cliché del genio tormentato. Forse era questo, in fondo, il suo lato più autenticamente meridionale.
L’eredità di Piccinni nella Bari di oggi
A Bari, oggi, Niccolò Piccinni è presente ovunque e da nessuna parte. C’è il Teatro Piccinni in corso Vittorio Emanuele, inaugurato nel 1854. C’è il Conservatorio “N. Piccinni” di Bari, fondato come liceo musicale nel 1932 e diventato conservatorio di Stato nel 1959. C’è Casa Piccinni in Piazza Mercantile, restaurata e adibita a museo nel 1999, e chiusa quasi sempre da allora. C’è una statua. C’è una strada. C’è perfino quella lastra tombale di marmo nero, salvata per miracolo dai bombardamenti del cimitero di Passy durante la Seconda Guerra Mondiale e riportata fortunosamente nella sua città natale.
Eppure manca qualcosa. Manca, soprattutto, una narrazione condivisa, accessibile, viva, capace di raccontare al barese medio e al turista di passaggio che quel signore dimenticato in piazza è uno dei motivi per cui questa città può vantare radici musicali profonde quanto Salisburgo o Lipsia. Manca, in altre parole, la capacità di trasformare un patrimonio storico in narrazione contemporanea — quello che altrove abbiamo chiamato l’ecosistema digitale della bellezza, il ponte necessario tra l’autorità storica di un’istituzione culturale e la sua proiezione nel mondo di oggi.
Perché un compositore che non viene raccontato è, alla lunga, un compositore che non esiste. Le sue opere riposano negli archivi. Le sue arie vengono cantate, sì, ma in occasioni rare. La sua casa rimane chiusa. E intanto qualcuno, da qualche parte, sta scrivendo l’ennesimo articolo turistico su Bari senza nemmeno nominarlo.
Perché ricordare Piccinni significa raccontare Bari
Ricordare Niccolò Piccinni non è un esercizio di nostalgia. È, piuttosto, un atto di onestà storica. Bari non è soltanto la città delle orecchiette fatte in strada, delle focacce a chili, dei traghetti per la Grecia. È anche una città che, una volta, ha prodotto un musicista la cui voce ha attraversato l’Europa in un’epoca in cui attraversare l’Europa era un’impresa che richiedeva mesi, cavalli sfiniti e una considerevole dose di fortuna. È una città che, attraverso Piccinni, è entrata nei salotti di Versailles, nelle discussioni filosofiche di Voltaire, negli intrighi musicali della Grand Opéra di Parigi.
Forse, la prossima volta che passerete in Piazza Mercantile, alzerete lo sguardo verso quella targa. Forse vi soffermerete un secondo. Forse, anche solo per quel secondo, vi sembrerà di sentire, da dietro quella porta chiusa, un filo di clavicembalo. Sarà l’immaginazione, certo. Ma a volte è esattamente con l’immaginazione che si comincia a ricostruire una memoria.
E Bari, in fondo, di memorie ne ha bisogno tanto quanto di buoni ristoranti.
